DICK E LA LINEA SOTTILE TRA ALPI E APPENNINI

Poi cominci a scendere. Gli alberi sono zuppi fradici di nuvole basse. Cammini da quasi tre ore, in mezzo a tutto quel latte. Da solo. Seguendo il crinale che dal passo del Faiallo porta al Rifugio Argentea. C’è soltanto il rumore degli scarponi che pestano il terreno. Il resto è nullo come prima della creazione. Non un indizio di vita. All’improvviso una virgola gratta il poco orizzonte davanti: una coda ballonzola frenetica attraversando la carrareccia e si muove senza niente che la traini, come se ci fossero fili trasparenti a guidarne i movimenti. Su e giù. Su e giù. Una volpe sta indicando la strada per Pra Riondo ed è uno sbuffo di cipria rossiccia, lo schiocco di un bacio, una frustata sulla schiena della montagna. Poi, come è venuta, scompare e nell’esangue quinta teatrale tutto torna fisso. E tu ci passi dentro come un soldatino di latta.

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Il soldatino era partito il giorno prima da casa sua. Genova, corso Gastaldi 7 interno 40. Il sorrisetto beffardo della portinaia aveva salutato lo zaino in spalla. Il treno alla stazione Brignole lo avrebbe portato ad Arenzano: partenza dal santuario del Bambino di Praga. Si va a vedere dove finiscono gli Appennini e iniziano le Alpi. Il confine. E lo si fa a piedi in tre giorni e due notti. Il Faiallo, le creste fino al Beigua, il passo del Giovo e infine il colle di Cadibona. Poi ancora il treno, da Altare, e il ritorno con la solita portinaia a testimoniare quello strano e, per lei, inutile cimento. È il 22 maggio 2014. Cosa spinga un uomo di quasi 50 anni a scendere ad Arenzano, incamminarsi per i viali alberati che conducono al santuario, inginocchiarsi davanti ad una nicchia con dentro una Madonna, come un torero prima di entrare nell’arena, bah! La volpe stava più o meno a metà strada tra la via Emila-corso Gastaldi e il West. E tutto era meno che un toro.

Il santuario del Gesù Bambino di Praga ha un piazzale davanti fatto a semicerchio e fa pensare a due lunghe braccia che accolgono i visitatori che scendono dai torpedoni. Tirato su all’inizio del secolo scorso dai Carmelitani Scalzi, ha – svettante di fuori – una colonna solitaria con la statua dorata del Bambino, avvolta in una palandrana che sbilluccica. In testa una corona bombata termina con una croce, pure dorata. Il medio e l’indice del Bambino sono incollati tra loro in un gesto che più che una benedizione pare un impacciato segno di vittoria, certificato da una pioggia di ex voto all’interno del santuario. Non riesci a toglierti dalla testa un retrogusto di Europa dell’Est. Dietro la facciata, ordinata in riquadri rossicci circondati dal marmo bianco, incombe la collina da salire. È di un verde cupo, ribollente, fermentato. Balcanico.

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Non è casuale che la tua solitaria inizi da qui. Da una chiesa, voglio dire. Tutta la tua montagna è cominciata da una chiesa, da una parrocchia e dalla voglia di un parroco di mettere un piede dietro l’altro e di fare delle lunghe omelie con questa cosa del traguardo e della fatica, si insomma l’Itinerarium ad Deum. La tua prima vera salita, il tuo Mont Ventoux è stato il monte Vettore, 2.476 metri tra le Marche e l’Umbria, il più alto dei Sibillini. Ricordi il don intabarrato in una vecchia tuta blu con le due righe laterali bianche da giovane pietromennea e tu e tuo fratello in vetta con un giacchino verde tu e rosso lui, i capelli modellati dal vento della vetta, il sorriso di chi ce l’ha fatta. Ci deve essere ancora una foto da qualche parte, a casa dei tuoi. Un passo dopo l’altro, diceva il don sorridendo lungo il sentiero. E tu andavi su con le gambe stecche dei dodici anni.

A un lato del santuario le tue gambe attuali salgono in quel verde orientale. Un caldo umidiccio esala dalle foglie cirilliche degli alberi e uno scirocco appiccicoso rende penoso ogni passo. Lo zaino comincia molto presto a segnare di sudore la schiena. Non è particolarmente affascinante quel primo tratto. Arenzano entra ed esce nel campo visivo con in suoi pezzi di strada asfaltata e le casette recintate. Il sole sta acquattato dietro le nubi e dà all’aria un riverbero accecante. È questo il motivo per il quale non vedi una biscia scivolare di lato mentre passi sullo sterrato. Lucida, saettante e fulminea. L’antipasto della volpe. È stato un movimento furtivo, il suo. Di un essere che proviene da un altro mondo. Uno scatto selvatico alle porte della civiltà e della religione e delle case recintate. In fondo è quello che andavi cercando, no? L’altrove, l’immediato, l’animale che esiste in barba alle portinaie. Questa storia del confine, tra il di qua e il di là, tra Alpi e Appennini e, sì, tra l’umano e l’incorrotto, tra la città – la città fatta dei fiati degli uomini – e il selvatico, con nessuna legge se non quella che gli dà un dominiddio che sta nelle pietre.

Ti siedi sopra un masso, bevi un sorso d’acqua e tiri fuori dallo zaino Luoghi selvaggi, il libro che hai portato con te.

– Avevo dei conti in sospeso con la città, e scalare quel faggio era soprattutto un modo per saldarli – motteggia Robert MacFarlane, alpinista e professore di letteratura, matto come un cavallo da corsa.
– Ok, Robert, la mia biscia è il tuo faggio – riconosci con la prontezza degli studentelli saputi.
– Vedo che hai capito… Chiunque abiti in una città avrà ben presente quella sensazione di esserci stato per troppo tempo – incalza lui.
– Vuoi che non lo sappia? Anche io, come te, «ogni volta che leggevo wildness, fantasticavo di spazi vasti, remoti, senza contorni».
– … Io, lo sai, vivo a Cambridge. Strano posto per uno che ama le montagne e la natura selvaggia – riprende pensoso lui.
– … Cambridge, «una delle regioni più intensivamente coltivate e densamente popolate del mondo» – leggi a pagina 9.
– Pure tu avverti acutamente la lontananza da ciò che convenzionalmente chiamiamo terra selvaggia? – domanda lui, dopo una pausa.
– Sì, ma come te «buone ragioni mi trattengono: la famiglia, il lavoro, il mio affetto per lacittà in sè».
– Motivi ragionevoli, ma cosa ne è stato, Massimo, della voglia di inoltrarti fuori dalla storia umana? È questo il gusto del selvaggio, non credi?
– Sì, è questo… credo.
– Cosa ne è stato? – insiste bruscamente.
– Lasciami stare… vado ogni tanto per monti, come te…«e presumo che continuerò a farlo negli anni futuri».
– … e scommetto anche che finché ci vivrai, in città, sentirai «l’urgenza» di recarti nei luoghi selvaggi – conclude il prof in maniera un po′ beffarda.
– mah, direi di sì… forse è poco, ma lo considero abbastanza.

Mentre riponi il libro nella tasca laterale dello zaino, pensi al perché quell’urgenza fosse stata così nascosta per tanto tempo e – come un fiume carsico – fosse riaffiorata soltanto dopo che ti eri trasferito in Liguria e avevi una moglie e dei figli. A volte il limite – ammesso che una moglie e dei figli lo siano – fa nascere per contrasto la regola senza la quale non è possibile nessuna forma di libertà. Soppesi le differenze che ci sono tra Cambridge e Genova, ma non riesci a trovarne.

Il cielo è un lenzuolo bagnato, adesso. Il soffoco del bosco opprimente. Dopo un’ora di salita guadagni la Guetta, al passo del Chiurlo, un posto da gita a pochi chilometri da Arenzano dove si può arrivare anche in auto. Le ordinate postazioni per il barbecue ti accolgono con geometrica tristezza. Inattive e abbandonate a quell’ora del mattino di un giorno lavorativo, sono la prova dell’impellenza sociale di evasione nella Natura, riconosciuta e praticata da tutti ormai in modo quasi ossessivo. L’ideologia ricreativa del picnic in fondo cos’è se non un succedaneo – neppure tanto remoto – di quella attrazione verso il selvatico che ti spinge sulle creste? E che differenza c’è tra te e gli arrostitori domenicali di braciole? Le graticole unte di una sugna solidificata e oscenamente democratica sono pronte per un nuovo utilizzo e tu, seduto su una panca di legno, sbocconcelli una mela con il dubbio di far parte del circo. E in quel circo c’è la visione di bisce e volpi e chissà cos’altro.

Quando riparti per il passo della Gava il cielo vira verso lo scuro, ma decidi di prendertela comoda. Sei in anticipo sulla tua tabella di marcia che prevede l’arrivo nel pomeriggio al Rifugio Le Nuvole, su al Faiallo. Il primo tratto è una strada bianca che taglia la montagna di sbieco e apre la vista su un vallone piuttosto aspro a sinistra. Dietro, in fondo, ci sono il mare e Arenzano e, davanti, la gobba che sale dolcemente verso il passo. La strada bianca porta a una costruzione nel bosco dal nome impegnativo. Il Centro ornitologico e di educazione ambientale si trasforma – a primavera – nel quartier generale di frotte di birdwatcher che salgono fin lì a vedere e fotografare, con i loro cannoni a tracolla, i bianconi. I rapaci tornano ogni anno dalle coste dell’Africa dove vanno a svernare e – sempre – trovano decine di appassionati della natura che li osservano dal basso, inerpicati su casottini e mimetizzati tra le frasche.

IMG_0810.JPGOra, la strada è meno noiosa e si possono, ogni tanto, imboccare sentierini che tagliano nella macchia e salgono nervosi tra le rocce verde scuro della serpentinite. Oltre a far guadagnare tempo, hanno il pregio di inoltrarsi nel bosco e sai che i tuoi piedi li preferiscono alla marcia monotona su quel nastro bianco che lambisce i tralicci dell’alta tensione. Ai lati ti accompagna un orlo di cisti fioriti. Da quei cespugli cupi e pelosi nessuno immagina possano spuntare cose che sembrano disegnate da un bambino, cinque petali bianchi e – al centro – gli stami giallo acceso. I cisti – più su – lasciano piano piano il posto agli sbuffi rinsecchiti di erica che cresce tra i pini neri e le ginestre. Superata una madonnina che vigila sul paese dall’alto, arrivi al Rifugio della Gava, a tre minuti dal passo. Sopra quella costruzione in mattoni e cemento corre la cresta che dal Reixa porta all’Argentea e al monte Rama, con lo Sciguelo che chiude i giochi. Davanti al rifugio, due stanzoni con la bandiera dell’Italia davanti, c’è una pozza recintata per raccogliere l’acqua piovana.

Entri. Dentro c’è un tizio sulla sessantina con una donna dimessa avvolta nel pile. Sta lì, muto, con la barba malfatta e la moglie davanti e dà la sensazione di non aver avuto mai nulla da dire.

– Salute.
– Salute a voi.
– Viene su dalla Guetta? – fa.
– No, da Arenzano.
– Sentiero classico, lo fanno tutti – e ha due pieghe irrisolte ai lati della bocca.
– E lei? – ti sforzi di essere gentile.
– Siamo partiti da Crevari, ma abbiamo fatto qualche deviazione… sa, conosco queste montagne come le mie tasche… lei va da solo?
– Sì, sono montagne abbastanza tranquille, queste – riconosci.
Barbamalfatta ha come un ghigno. La moglie intanto assume un’espressione di infinito cordoglio e mangia un tocco di parmigiano guardando verso la porta d’ingresso.
– E dove è diretto? – riprende l’uomo quasi divertito.
– Al Faiallo – rispondi squadrando i suoi occhietti da lucertola ligure.
– Torna giù dalla stessa strada? – incalza, pronto a indicarti qualche percorso alternativo mai battuto da anima viva prima di lui.
– No, dormo lì e domani proseguo fino al Giovo.
Vedi dal verso della sua bocca che quella risposta non è contemplata nei suoi comparti mentali. Così incalzi:
– … poi vado al colle di Cadibona e… chissà, se ho gambe e tempo…
Pausa.
– … anche io da giovane, sa, ne ho fatte di cose – si giustifica – poi, cosa vuole… la moglie, i figli…

La donna avvolta nel pile ha come una torsione quasi a nascondere la faccia e si raggomitola per prendere qualcosa nello zaino. Lui sta per proseguire la conversazione, ma decidi che può bastare. Li saluti con il garbo studiato dei montanari della domenica e sali fino al passo della Gava per continuare a mangiare il tuo boccone in santa pace senza impiegati del catasto in pensione desiderosi di inventarsi una vita e un passato fuori tempo massimo. Tu il tuo passato lo rispetti a tal punto da non aver più bisogno di infiocchettarlo con teoremi e recriminazioni. Te ne sei liberato come ci si libera di una pelle vecchia che ha svolto il suo compito, ma che è diventata inutile. Ora hai questi tre giorni nuovi davanti da impiegare in compagnia delle tue gambe e dei tuoi polmoni.

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Al passo della Gava, un incrocio di mulattiere vista mare, c’è una pietra piatta con su scritto didascalicamente passo della Gava metri 752. Se ti ci siedi sopra, guardando lo sterrato da dove sei salito, hai dietro di te il Faiallo, a destra il sentiero per il monte Reixa e, poco più avanti, sempre a destra, il percorso a mezza costa che sale all’Argentea. A sinistra si va a Crevari. Tutto è spiegato in un’edicola in legno del parco del Beigua che, oltre ai sentieri, riporta notizie su bianconi e sepentiniti e magnetiti e dominiddio. Mentre mangi lentamente quel che resta del tuo pane e formaggio, noti che il mare è di piombo e, all’orizzonte, si salda a un cielo diventato pesante. Giù sta sicuramente piovendo. Le creste sono fosche e l’acqua comincia a scendere fine e con regolarità. Incarti lo zaino nell’incerata e, dopo esserti messo il k-way, vai su spedito per il sentiero. In basso il porto di Prà è grigio e immobile come un topo inanimato. Costeggi la groppa e poi tutto diventa brullo e scabro. La pioggia ha reso scivolose e scure le rocce e pare di stare in un libro di Stevenson e tu sei David Balfour, il fanciullo rapito che avanza sotto l’acqua sferzante dell’isola di Mull.

La strada a un certo punto vira a sinistra e rientra in una piega della montagna. Il sentiero disegna una traiettoria a mezzacosta e porta a una fessura buia dove piscia giù un’acqua muschiosa che pare venir fuori da un dente marcio. Il posto si chiama Malanotte – sta scritto su una roccia a fianco della spaccatura – e mai nome è stato più azzeccato. Il cielo ora si è chiuso in una cappa grigia e si vedono solo una trentina di metri di sentiero. Quella scritta sul masso è l’unico segnale umano. Il resto sono elementi puri, esterni, indifferenti alla presenza dell’uomo: acqua e scaglie di roccia e terra inzuppata. A due passi c’è la civiltà e il porto giù in basso sferraglia; il montanaro e sua moglie stanno tornando a Crevari e – invece – qui pare di stare in cima al Ben Hope, la montagna all’estremo nord della Scozia, in faccia all’oceano, dove Robert MacFarlane – quello del libro – aveva trascorso una notte intera per cercare di dare un nome al concetto di selvaggio.

– Era uno dei posti meno accoglienti dove mai fossi stato – leggi seduto al riparo, rannicchiato come un animale sotto la fessura della Malanotte – Il mare, la roccia, la notte e il tempo seguivano tutti il loro corso e le proprie abitudini.
– Sì, ma… senza di te lì a descriverli quel mare e quelle rocce… – provi rispondere a quel matto di alpinista professore.
– Non è questione di relazione – tronca corto lui – Quel luogo rifiutava qualsiasi attribuzione di significato.
– Ma come possono esistere luoghi che rifiutano un significato? Una «grandezza esterna a noi stessi» è tale perché qualcuno la definisce così.
– Devi capire che ci sono luoghi che si disinteressano di te. Fattene una ragione… ecco, quelli sono i luoghi selvaggi.
– Vale anche per gli animali?
– Anche gli animali.

Arrivi zuppo al Rifugio Le Nuvole. Ad accoglierti trovi un cane nero dal muso nero e dagli occhi neri, che sonnecchia sotto il porticato. Ti indica l’entrata e tu entri. Al bancone consegni la tua carta d’identità e in cambio ti danno la chiave della stanza Ciclamino. Più che un rifugio, Le Nuvole è una buona pensione dal servizio per nulla selvaggio. In camera ti spogli e, dopo aver messo i vestiti ad asciugare, fai una doccia calda per toglierti l’umido dalle ossa. Dalla finestra della stanza si vedono i faggi che si muovono sotto il cielo basso. È smesso di piovere e piano piano sta tornando fuori il profilo della montagna con – dietro – una specie di cornice chiara, un alone fioco che preme da ovest. Scendi giù nel porticato e guardi verso il bosco che sgocciola e pressa con la sua oscurità. Ha mille tonalità di verde, dal muschio profondo al tenero dei germogli. Sulla soglia c’è sempre il cane dell’albergo con i suoi occhi neri piantati nel profondo di uno sguardo senza cornee, duro e invalicabile. Ti mette a disagio. Esci nella nebbia a fare quattro passi. Mentre gironzoli là fuori rincantucciato nella giacca a vento, consideri che deve pur servire a qualcosa questa ricerca di separatezza dal mondo, questo affermare che esiste un ritmo altro e la voglia rigenerante di starci dentro. Se è soltanto un esercizio che ritempra – cosa può essere, altrimenti? – devi accettarlo senza frustazioni. L’anima ragionevole di te suggerisce che, in fondo, bisognerebbe affrontare la faccenda senza troppe aspettative, in modo più laico e meno scecspiriano. Senza occhi neri che fissano nel buio. Senza virgole cirilliche che si perdono nella nebbia. E domandarsi: cosa posso prendere io, qui e adesso, da questa cosa dell’andare per monti a camminare da solo?

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Il sonno, cullato dal rumore della pioggia, è di quelli che rimodellano i pensieri. Ti svegli e il paesaggio è ancora completamente bianco. Fai una colazione veloce e riprendi il cammino di buon’ora. La luce va e viene come succede negli appartementi con quelle lampade con l’interruttore a cursore. Solo che stai entrando in un bosco di faggi e la luce va e viene come succede nei boschi di faggi alti e il sole si smorza e si accende a seconda della consistenza del vapore delle nubi. Le foglie in terra sono come marcite e i cespugli di pino mugo gocciolano. Ora sei sullo spartiacque tra il Reixa e l’Argentea. Un passo di qua, uno di là. Supponi che il mare sia giù qualche chilometro a sinistra. La cresta è frontiera tra il sopra e il sotto, ma tutto – il di qua e il di là, il sopra e il sotto – è attutito in una bolla di vapore bianco. È strano camminare così, quasi per finta, in una montagna che non esiste davvero, ma sai che c’è. La lana del tuo berretto è come infeltrita di guazza e gli occhiali sono appannati ai lati. C’è un ronzio strano in sottofondo, come un rumore di acqua che scorre. Poi emerge un plotone di pini e li vedi perché una vampa gentile di luce gialla ha aperto un varco nell’ovatta dello spazio e del tempo. E ancora fumo e latte.

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Superi il bivio per il rifugio Argentea che immagini liquefarsi nel vapore, fino a che non arrivi al riparo Cima del Pozzo, un casottino con, davanti, una specie di altarino di pietra e – dietro – una nicchia con la Madonna da inginocchiarcisi davanti per fare il torero. Accanto al bivacco c’è un albero di agrifoglio e un topolino di montagna sbuca tra le fessure del muro col musino fremente. Bel segnale, l’agrifoglio. Porta bene. Simboleggia l’eternità – in verità molto ben rappresentata anche da quel nebbione senza centro – e protegge dalla perfidia dei malvagi e dagli spiriti maligni. Che sono un po‘ la stessa cosa, a pensarci bene. Apri la porticina e, dentro, trovi una stufa addossata alla parete in fondo e delle pentole su uno scaffale di legno unto. E sale e candele, un paio di libri e altre cose da passarci la sera e la notte. Cavolo se sarebbe bello venire a dormire quassù. Immagini il cielo che si vede col mare mille metri sotto e la luna che lo illumina di faville e le stelle che fanno il loro mestiere di stelle col vento ad accarezzare i pratoni.

C’è un cartello, dentro a quella specie di bivacco a bassa quota, con su scritto Abbasso il progresso. W il Faiallo. Che stronzi! Chi ve l’ha costruito questo merda di bivacco? Pluto vestito da Cro Magnon? E poi, cosa vuol dire abbasso-il-progresso? Uno che cammina in montagna è per andare avanti, per lasciare i passi alle spalle. W il Faiallo, ma W anche il Giovo, la Colla di San Giacomo, Le Muegge, Cadibona e chissà cos’altro. Hai sentito Robert? Sei d’accordo con questi mentecatti? Ogni mattina entri in aula e ai tuoi studenti di Cambridge cosa dici? Abbasso – urli nella nebbia – ABBASSO? Ma Robert dorme nella tasca del tuo zaino.

La schiena della montagna, dopo la cima del Pozzo, ha una leggera torsione. Sale in un boschetto di ontani e si inarca scendendo in direzione mare fino a Pra Riondo, un pianoro a quasi mille metri di altezza sopra Sciarborasca. Da quel balcone si può raggiungere il monte Rama e ogni volta che ci vai sopra ti soprendi che i suoi 1.150 metri di altezza possano stare a poche centinaia di spanne in linea d’aria dalla costa. Dell’Alta Via dei monti liguri questo è il tratto in cui il sentiero arriva più vicino al mare e, anche dal punto di vista geologico, sono successe cose mirabili da quelle parti, tutte spiegate in speciali pannelli piantati nel prato, che parlano di sollevamenti e di pressioni e di affioramenti fino a quell’onda di roccia aspra che si protende sul mar ligure e pare voglia buttarcisi dentro. Naturalmente, a causa delle nubi basse che ti accompagnano da due giorni, non si vede nulla. Niente mare, niente fenomeni rocciosi, niente vette. Sai che stai costeggiando il Bric Resonau e che lassù, in uno stipetto di roccia hanno riposto, custodito amorevolmente in un astuccio foderato di velluto blu, un presepino d’argento con bue, asino, Bambino e Sacra Famiglia. Ogni volta che ci vai lo tiri fuori e dici un Padre Nostro con la faccia rivolta al Reixa. Venga il tuo regno.

Quando sbuchi sulla strada asfaltata che porta al Beigua, il più alto della schiera coi suoi 1.287 metri, progetti – lo avevi progettato alle Nuvole, in realtà – di mangiare un boccone al Rifugio di Pra Riondo, dove cucinano mica male. Tutto è piuttosto desolato, però, e le imposte sono chiuse e non c’è alcun segno di vita. Pare di essere arrivati in uno di quei paesi fantasma nel west più west che c’è. Bello, no? Un’altalena cigola di ruggine e di inattività, dondolata da una brezza che viene da un punto imprecisato della steccionata. Non ti resta che aprire lo zaino e mangiare il panino che ti sei fatto dare dal gestore delle Nuvole prima di partire. Acqua ne hai e non ti manca nulla. Ti rimetti in cammino ché di strada ne devi mettere ancora parecchia sotto gli scarponi. Sali sul duro dell’asfalto e presto ti accolgono gli antennoni e i ripetitori del monte Beigua che sbucano a tratti nella nebbia come immense falangi e metacarpi di metallo. Superi una chiesetta sulla destra, anch’essa irreale e sfocata e, dopo un paio di tornanti in discesa, arrivi a un grosso parallelepipedo rosa che viene fuori come da un cartone animato. Dal Rifugio-ristorante-pizzeria Monte Beigua – lo hai visto nella cartina – parte il sentiero nel bosco che in quasi tre ore di discesa porta al passo del Giovo. Ora le nuvole sembrano essersi alzate leggermente e il cielo ogni tanto sbuffa la sua sofferenza azzurra. Ti metti in moto, avvolto nella Berghaus. Entri in una faggeta gotica e cominci a scendere fino ad arrivare al colle del Giancardo. Dopo un tratto di radure e un paio di bivi, prosegui per il sentiero dell’Alta Via che comincia a scendere con maggiore decisione. Devi arrivare ai 516 metri del Giovo e sei ancora alto.

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– Tu e la tua spedizione Shackleton da cinqunatenne del cazzo!
Ti giri di scatto e c’è una figura nerastra alla tua sinistra. È il cane del Rifugio Le Nuvole, lo riconosci. Sì che ad andare da soli in montagna finisce che si parla con tutti e che tutti parlino con te – animali, scrittori, sassi, alberi – ma non può essere stato lui. Lo guardi bene mentre drizza le orecchie a punta.
– Ehi, ho detto a te! – abbaia ancora sinteticamente.
E resta a fissarti come una bestia di porcellana per qualche secondo con il muso umido
– Sono te da giovane, Massi – continua.
Punto e basta. Quella roba – tedagiovane – è uscita tutta in groppo, in un garbuglio naturale di gola. E tu stai lì come un salame, dritto sui tuoi scarponi, per niente sorpreso dalla sostanza di quella rivelazione. E rispondi. Come si risponde a un figlio.
– Oh, certo… mi piacerebbe parecchio essere te, anche adesso… Dick?
– Sì, Dick… come fai a sapere il mio nome?
– Lo so e basta – e mentre lo scruti, rivedi i suoi occhi neri che guardano te e vengono su da un pozzo inesplorato. Ora ti sorride nei baffi freschi.
– Vieni con me? – domandi speranzoso.
– Non esagerare, Massi. Ti ho accompagnato fin qui… volevo solo vedere se ce la facevi a trovare il sentiero.
– C’ho i miei trucchi, Dick – gli ribatti e sorridi pure tu.
Camminate per una mezz’ora abbondante, lui davanti e te dietro, di buon passo. Le orecchie del cane nero si stagliano nel verde sfocato del bosco e tu lo guardi andare con quei suoi passettini decisi e sapienti, il sedere giovane che danza sul sentiero, il naso a indovinare gli umori della terra. È una bestia che sa andare, Dick. Lo capisci da come ascolta il bosco, da come circumnaviga i sassi. Poi – come se la carica del carillon fosse terminata – decide che lo spettacolo è sufficiente, gira il muso senza guardarti, le narici fremono annusando un punto imprecisato nell’aria e torna indietro.

Ti siedi a prendere fiato. Sei solo, immerso nelle nuvole basse. Sai che il tuo cane sta tornando al rifugio e da qualche parte, in mezzo a quel mare di bianco, c’è il nervo arabescato della strada che porta al colle di Cadibona. Consideri con lucidità la situazione: torna da me, tenero e crudo, Dick. Hai capito? Stai qui ancora due minuti e poi vai. Bevi dalla mia borraccia, mangia il mio paneformaggio, ma rimani ancora un po‘ e raccontami di me. E, se ti va, portami a vedere la linea d’ombra dove finiscono gli Appennini e cominciano le Alpi. Voglio il privilegio della tua presenza per passare di là. Il vantaggio della prima giovinezza quando si campa sospesi sul tempo, senza riflessione, solo con l’istinto di andare a vedere cosa c’è dietro il passo, cosa nasconde lo zig-zag delle creste. Il confine che c’è tra una catena e l’altra, la linea tra il selvatico e l’umano, tra lo scomposto e il razionale lo vorrei vedere ancora con quei tuoi occhi neri e zuppi di gioventù inespressa e intatta. Odiato e amato e inseguito e perduto Dick!

IMG_0866Sei definitivamente nel bosco di faggi, adesso, e il sentiero non è poi così evidente. L’unica bussola sono i segnali biancorossi sui tronchi che indicano la direzione a zig zag nel denso della fustaia. A un certo punto il canale di scolo dell’acqua piovana disegna una traccia marcata che porta giù a valle. Rotolate – tu e il tuo zaino – nel solco delimitato da due ciglioni di terra chiara. Vai che è un piacere, le gambe automatizzate e la testa che si disinteressa della geometria del movimento.

Stai attraversando ora un tratto soggetto a disboscamento. Te ne accorgi perché gli alberi cominciano a diradarsi e – ai lati della fessura – soccombono, adagiati, tronchi ancora da sfrascare. Il fitto ora lascia intravedere la sagoma della montagna e, in basso, noti decine di fusti abbattuti e i pochi faggi prescelti per rimanere in piedi sono spauriti e disperati. Sarà perché sei stanco o poco attento, fatto sta che perdi il sentiero. Te ne accorgi dal fatto che non trovi più il bianco e il rosso del segnale dell’Alta Via. Magari qualche tronco-guida è stato tirato giù per sbaglio da una motosega e tu non riesci a renderti conto con esattezza da quanto tempo e da quanti passi cammini senza alcun riferimento. Decidi di risalire un po’ il canale per incontrare l’ultimo segnale, ma niente, nessun bianco e nessun rosso. Sei piuttosto stanco e questo imprevisto ti mortifica. Ti inoltri a destra e a sinistra del fosso alla ricerca di una seppur minima indicazione, ma l’intrico della ramaglia e dei tronchi abbattuti ti costringono a penose peripezie.

Si può essere più sprovveduti? Andare da soli in montagna ha i suoi lati positivi, ma se perdi la strada poi devi venirne fuori senza l’aiuto di nessuno. Il pomeriggio ormai sta andando a ramengo e rifare in salita duecento o trecento metri di dislivello non ti sembra la scelta migliore. Così vai avanti, nella speranza di trovare il bandolo della matassa. Lo trovi dopo una buona mezz’ora buona di graffi e vaffanculo. Riesci a indovinare in quella catastrofe di fronde e di legno uno sterrato sassoso per le jeep che termina – giù in basso – in una piazzola per accatastare i tronchi. Dallo slargo la strada riparte verso valle. Da qualche parte porterà, ti persuadi. Male che va arriverà a un capannone di legnaioli. Bisogna muoversi, però. Non sai bene in quale parte della montagna sei, ora. Hai poca luce a disposizione e rimanere di notte nel bosco non è una prospettiva che avevi considerato. Così ti metti a correre. Come un bambinetto in fuga dal bau bau. Altro che selvatico! Corri giù in discesa a rottadicollo verso l’abbraccio materno della civiltà. Verso il corrotto, il contaminato, l’interpretabile. Le gambe girano per mangiare un po’ di tempo, la testa non pensa a niente, solo a correre. Lo zaino balla sulla schiena e Robert MacFarlane ghigna nella tasca laterale.

Quando cominci a sentire il rumore delle auto in lontananza è già un po’ che ci dai dentro. Il tempo di benedire il ritorno dell’asfalto e ti incammini verso il passo del Giovo, sotto gli sguardi incuriositi di chi sfreccia in quattro ruote accanto al tuo zaino. Cinque chilometri. Lo hai letto nei cartelli ai lati della provinciale. Poteva andare peggio, anche se con Dick questo ridicolo fuoriprogramma non sarebbe mai accaduto. Dick sarebbe rimasto a dormire nel bosco, anzi avrebbe smarrito apposta il sentiero per guardarsi in faccia e vedere l’effetto del suo muso nero riflesso nelle ghiandole. Grande Dick, lui sì che lo è davvero, selvaggio. Mica storie.

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Il terzo giorno è una roba già vista, già provata. Partenza alle 8 e poi boschi umidi, scricchiolanti, gocciolanti, cupi, accoglienti, infidi, cinguettanti, brumosi, palpitanti, silenti, gravidi. Pozze con dentro girini, germogli di abete come stelle verdi, strani rumori nella nebbia, un cinghiale che attraversa il sentiero, tu da solo a infliggerti sei ore di marcia contenta e di cuore arioso e di rotelle in testa che girano.

E alla fine, ci arrivi veramente a Bocchetta di Altare, 459 metri sul livello del mare, punto esatto in cui iniziano le Alpi, o finiscono a seconda dei punti di vista. Il cippo che segna il confine non ti fa nessun effetto. È una targa di metallo bruno inchiavardata su una pietra da morto in un’aiuola. Sopra ci sono due frecce, una per i mille e duecento chilometri che vanno a destra e salgono oltre i quattromila metri e una per i mille e cinquecento chilometri a sinistra, da dove provieni tu e che conosci meglio perché ci sei nato. Mentre sei lì, seduto di fronte a quella cosa piantata in terra, senti un trapestio nel folto. E un verso strano davvero. All’improvviso il bosco sputa fuori una capriolo che scappa da chissà cosa, gli occhi dilatati, i movimenti impacciati sull’asfalto tanto che pare camminare sui tacchi. Mentre lui fa tic-toc-tac con gli zoccoletti sull’asfalto, rimani a guardare a bocca aperta la sua perfezione animale, i muscoli tesi, il muso bagnato. Il capriolo imbocca la strada per le Alpi e scompare dietro un tornante.

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I confini, a immaginarteli, sembrano scille e cariddi fameliche, una roba che di qua c’è l’acqua, di là l’olio. E invece no, non è affatto così. Non ci sono un prima e un dopo netti, un di qua concavo e un di là subito convesso, una stanza illuminata e un’altra, a un millimetro di distanza, completamente al buio. Quasi mai. Di interruttori se ne vedono pochi in giro. Così come non è così pacifico che il confine tra Alpi e Appennini sia proprio dalle parti di Cadibona, come convenzionalmente si ritiene. C’è stata per anni una disputa piuttosto ferrigna tra geologi per stabilire quale fosse il punto esatto in cui le rocce diventano diverse. Lungo la strada che hai fatto per arrivare fin lì hai avuto modo di vedere pezzi di Alpi anche in Appennino.

E poi c’è la faccenda della wilderness. Che non è così facile da definire, a ben vedere. In tre giorni di cammino solitario hai visto che si possono trovare tracce di selvatico anche a pochi passi da casa. E che il selvaggio dipende da come lo osservi: è un animale che prende il tornante e sculetta in salita? Un pezzo di mondo totalmente indifferente al tuo passaggio? O, anche, una sagoma di foglia rimasta impigliata nel bianco della linea di mezzeria?

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Spesso sono le sfumature, i territori di mezzo, le anticamere con le poltrone d’attesa, gli scivoli lenti a salvarci. Tutti, cinquantenni e cani. È vero, il mondo e la storia e la propria faccia li si capisce meglio se si guarda il time lapse: prima erano in un modo, poi guarda come sono diventati! Però, quando ci cammini sopra, al mondo, e ci sei dentro, alla storia, e ci stai davanti, allo specchio con la tua faccia riflessa, beh, col cavolo che te ne accorgi. È la permanenza che viene fuori e non il cambiamento. E va bene così, in fondo. Il tempo e lo spazio sono più accettabili se vanno lenti.

Mentre dondoli sul vagone che ti riporta a Genova ripensi a tutto quello che ti ha detto Robert in quei tre giorni di cammino solitario. Alle serpentiniti, alla Malanotte, ai barbecue. Ripensi alla volpe che hai visto poco prima di arrivare a Pra Riondo. Alla biscia che ti stava per saltare sugli scarponi.

E anche alla straordinaria, impercettibile, misteriosa linea che separa Dick da te. Che non se n’è mai andato via del tutto, da quella montagna. E che continua ogni giorno a perdersi nei boschi insieme a te.

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IL CAVALLO SOTTO LA MONTAGNA

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Diciamo che non si tratta di una vera e propria montagna. Una cosa da sgambata domenicale, più che altro. Però è stata la prima salita che ho fatto insieme a Francesco. Io e lui da soli. Cinque anni appena compiuti, panino nello zainetto e una schietta giornata d’inverno. L’altura-da-gita è poco fuori Genova.

Strada Aurelia, si gira e si va su da Bogliasco e poi, arrivati a San Bernardo, la strada finisce in un piazzale con una fila di lecci da una parte e dall’altra una specie di bocciofila o dopolavoro dove servono caffè e spume come ai vecchi tempi. Tu lasci l’auto e poi sali fino a una chiesetta in alto, a poco più di 500 metri.

La salita dura neanche un’ora e non è poi tutta ‘sta gran bellezza. Il sentiero è spelacchiato, come mutilato. Cammini respirando sempre la città che ti arriva alle orecchie con i suoi rumori e alla vista con il costruito sulle colline. La chiesa da raggiungere è consacrata a una Madonna di qualcosa. Come ce ne sono tante, specialmente in Liguria dove la gente che andava per mare, dovendo raccomandare l’anima a qualche santo, decideva di farlo, per non sbagliare, direttamente alla madre di quello che comanda.

Vicino alla chiesa c’è un rifugetto col camino, la legna già tagliata, una stufa Superblanka con lo sfiato che sputa fumo dal tetto: funziona da termosifone ecologico e cucina. C’è anche una stanzetta attigua dove uno, se vuole, può stendere i materassini e fermarsi a dormire. L’alba da lassù – un balcone che dà sul golfo di Genova – è bella come una rinascita e vale la pena arrancare su quel sentiero un po’ sparuto. Nelle giornate limpide, da quella terrazza, si vede l’Elba e la Corsica e – a ovest – la catena delle Alpi.

Io e Francesco siamo in macchina e ci piace stare lì dentro, l’uno al volante, l’altro sul seggiolino a ruminare il presente. Il ronzio del motore guadagna i tornantelli e – in sottofondo – c’è lui che parla di carte Yu Gi Ho e delle imprese che sanno compiere quei mostri tremendi. Ci sono draghi dalle creste merlate, enormi biscioni squamosi che sbuffano veleno dalle narici, esseri non meglio precisati che neanche in un bestiario medievale. Chissà se ha mai pensato di doverne affrontare uno, in un qualche angolo della sua cameretta. Ora ci stiamo accingendo a portare a termine un’impresa disumana: salire in groppa a un cavallo che dorme sotto la montagna.

– Come, Mapi?
– Sì, acquattato sotto terra, tra le radici degli alberi e le rocce, c’è un cavallo che sonnecchia. Non bisogna disturbarlo.
– Dai!
– Certo! E quando saliamo è come se gli fossimo in groppa e poi, arrivati in cima, se siamo fortunati e se gli siamo simpatici, ci fa un verso di approvazione.
– Se gli piacciamo?
– Sì, credo che una spedizione come la nostra possa piacergli parecchio. Hai preso l’acqua?
– Sì.

La salita inizia tra una ragnatela di case che diventano sempre più rade. Una residenza per anziani con una mimosa enorme davanti, giardini curati, cani sonnacchiosi alla catena e linde porte verdi. L’asfalto lascia il posto alla lingua della cementata e poi finalmente arriva la mulattiera. Gli ulivi intorno ridono d’argento. La settimana precedente è piovuto un po’ e il sabato è stato baciato da un sole dritto e scodinzolante che ha intiepidito l’aria tersa di febbraio. Tutto è netto. I gatti smandibolano stiracchiandosi distesi sulle pietre d’ingresso delle case e Francesco sale pensieroso. La storia del cavallo lo ha incuriosito, ma anche un po’ allarmato.

– E se si sveglia e ci butta giù?
– Di solito i cavalli che dormono sotto le montagne piccole come questa sono puledri che, al massimo, se si indispettiscono, fanno solo muovere gli alberi. Basta sedersi, accarezzare una roccia e si riaddormentano subito.
– … e le montagne più alte?
– Beh… quelle… è un altro discorso… bisogna essere cavalieri esperti per salirci sopra e non è detto che basti.
– Perché, cosa fanno?
– Niente, se decidono che non gli vai bene inarcano la schiena e ti piegano come una carta Yu Gi Ho.
– … non ci sono solo draghi e bestie nelle carte Yu Gi Ho. C’è pure Cavallo Incubo.
– Ah sì… è forte?
– Livello 4, Mapi.
– Cavolo! Facciamo finta che qua sotto ce ne sia uno molto più pacifico.
– Sì, lo chiamiamo Pippo… però perché facciamo finta?

Questa cosa delle montagne animate non si racconta così per scherzo. Tutti lo hanno pensato. Alcuni ci hanno messo pure le persone sotto la pelle delle montagne. Prendete Atlante: Perseo – dopo averlo tramutato in pietra – lo trasformò in una catena montuosa, quella, appunto, che prende il suo nome e sta in Marocco. Ossa che spuntano dal deserto e vanno in alto, con l’apertura alare delle scapole e degli omeri, sino a raggiungere il verde dei pendii e il fino dell’aria e della neve dei 4mila metri. Che, a vederle sotto questa prospettiva, sembra veramente che abbiano uno scheletro, le giogaie e le creste e le gobbe che si rincorrono. E non è poi così strano che in antichità si pensasse fossero esse stesse le impalcature del mondo, i tubi e i muscoli che gli permettono di stare in piedi. Se uno prova a guardare una catena montuosa da lontano, magari dopo un paio di giorni di pioggia quando tutto è più delineato e scolpito, è senz’altro così. Il susseguirsi  delle selle e dei picchi,  il garbuglio dei lastroni e le sagome dei prati sommitali non sono altro che un gigantesco drappo di seta appoggiato sopra la groppa di un animale. O di un titano che, per qualche ragione, è stato punito.

Sul sentiero che stiamo percorrendo io e Francesco, c’è una leggera fanghiglia. Francesco sdrucciola sui suoi scarponcini e sta attento a non cadere. Vedo davanti a me un cappello di pile con i copri orecchie penzoloni e – sotto – la testa di un cagnolino che caracolla e annaspa in salita. Il cane si gira e ha due guance paonazze come mele e lo sguardo di uno che ha macinato pensieri fitti.

– Qui dove siamo?
– Come, dove siamo?
– L’abbiamo superata la coda?
– Uh, da un pezzo, abbiamo cominciato a salire sulla schiena. Non senti queste rocce a forma di vertebra come sono dure?
– Mapi, stiamo attenti.
– Ok… comunque non ci sono solo cavalli sotto le montagne, sai?
– Come?
– Sì, ci hai fatto caso che alcune sembrano enormi tartarugoni? Guarda quella davanti a noi, per esempio.
– È vero sembra che abbia le righe come una casa di tartaruga.
– Ecco, se sali su una montagna molto alta che viene tenuta in piedi da una tartaruga, beh è molto probabile che la tua salita sia tranquilla. Se si muove, si muove con più dolcezza.
– E ci sono anche altri animali sotto le montagne?
– Oh, certo. Ne conosco una, in Umbria, che sotto c’ha un bue.
– Come, un bue?
– Sicuro, un bue! E infatti si chiama monte Bove. Ci andavo da ragazzo e non mi ha mai fatto paura.
– È vicino a dove abitavi prima di stare qui con noi a Genova?
– Sì… e ce n’è una, accanto al bue, dove sotto dorme un maiale.
– No! Un maialino rosa?
– Te lo giuro. Non so se sia rosa come nei libri che leggiamo prima di dormire, ma è un bel maialotto che grufola. Pizzo Berro. Si chiama così perché verro significa maiale… sta col muso all’insù e la cima è la sua faccia, pensa te!
– Ahah! E se fa il verso quando sei sopra?
– Cavolo, non ci avevo mai pensato.

Ora stiamo guadagnando la schiena di Pippo, io e Francesco. Saliamo lentamente, lui davanti, guardando ogni tanto l’apertura della forcella su in alto. Sotto scorre il nastro roboante dell’autostrada che macina, attutendoli, i decibel delle auto. Sembra un esercito di lillipuziani in fuga che sfrecciano con le loro scatolette di metallo spetazzante tra gli zoccoli del nostro puledro assopito, gli solleticano le zampe senza scalfirne la tranquillità. L’aria è dritta e tenera e modellata come deve essere, e c’è la contentezza di potersi dire tutto in quei momenti che non smettono mai di durare e che non sono eterni perché il tempo non c’è in quei momenti lì e quindi di quale cavolo di eterno vuoi parlare?

–  Mapi, ma ti piaceva più il bue o il maiale?
– Sono belli tutti e due.
– Si sono mai arrabbiati?
– Mai, pensa che vicino al maiale c’è una suora…
– Una suora?
– Sì, vicino al pizzo Berro c’è una montagna che si chiama Priora ed è una montagna parecchio alta e imponente.
– Sotto ci sta una suora grassa grassa?
– Eh, mi sa di sì… tiene sotto controllo il maiale… che non faccia troppo il furbacchione.
– … a me piace questo cavallo Pippo dove stiamo salendo, Mapi.

Ormai siamo sulla sella. Il segnale è un casottino messo lì da qualche cacciatore di passo. In terra cartucce esplose ed erba provata dai rigori della stagione. Guardiamo in basso: da una parte luccica il mare e Genova si stipa alla rinfusa tra le colline dell’Appennino e la costa; dall’altra – giù in basso – scorrono i serpenti delle strade provinciali con le loro direzioni a ghirigoro. Francesco si ferma e mi scruta, poi si mette in ascolto di un segnale. Alla nostra destra il sentiero prosegue verso la chiesa e, da quella posizione, la collina sembra davvero la linea del collo di un animale adagiato con l’enorme muso nascosto. Mancano ormai soltanto una decina di minuti di marcia. Li percorriamo in silenzio. Francesco ha smesso di chiedere ed è come se i suoi quindici chili scivolassero sulla superficie e lambissero leggeri le rocce per non disturbare nessuno. Io lo osservo e so che l’alba è la migliore ora dell’uomo e delle montagne. I pensieri e le possibilità si rizzano e cominciano a saltellare in testa, scrollandosi via la rugiada della notte con movimenti decisi e naturali come i grilli che si risvegliano.

– Questi alberi qui sono la criniera, vero Mapi?
– Direi di sì. Ora sono stecchi marroni, ma in primavera il pelo diventa verde luccicante.
– Una criniera verde? E gli stiamo facendo il solletico, adesso?
– Probabilmente neanche ci sente.

Le montagne stanno lì per qualcos’altro. Da sempre. Ché sono troppo belle – anche quelle brutte – per essere soltanto un ammasso di roccia. Devono per forza nascondere un significato diverso. L’idea degli animali che ci dormono sotto è solo un’interpretazione come ce ne sono tante. Le cime hanno un’intenzione. E siamo noi ad affibbiagliela. Oh, beninteso, si tratta di un ordine del tutto artificioso. L’illusione di mettere a posto le cose, di incasellarle in un trenino che procede sbuffando nelle nostre teste bisognose di direzione e di bussola. È la lotta per il verso che ci consente di andare avanti. Ho pensato per la prima volta a queste cose proprio sui monti Sibillini, quelli del Bue e della Priora. Avevo poco più di vent’anni e stavo salendo d’estate sul monte Porche. Dalla vetta si può guardare il dirimpettaio muso del pizzo Berro. Sotto – incisa – c’è la Val Tenna che parte in alto dal passo Cattivo e termina più giù nelle Gole dell’Infernaccio. Il Porche si chiama così perché le “porche” sono i rilievi che si formano nei campi coltivati tra un solco e l’altro: la Val Tenna di qua – appunto – e la Valle Infante di là. Eccolo il verso: quella non è una montagna qualunque, è il segno che val la pena coltivarli, i campi; è la prova che dare ordine non è fatica sprecata. Siamo noi uomini che conduciamo il gioco, ecco tutto. Siamo noi che rendiamo le montagne cavallo o tartaruga o zolle.

Ora ci siamo, finalmente. Arrivati in cima, Francesco si guarda intorno per vedere orecchie e occhi che spuntano dal terreno, ma niente, tutto è calmo, tutto è montagna della domenica. Poggiamo gli zaini sulla panca davanti al rifugio e facciamo un giro all’interno. Il camino è ancora caldo. Qualcuno ha dormito lì la notte precedente e non deve essersela passata male. La notte è stata limpida e lo spettacolo del cielo è stato sicuramente all’altezza. Usciamo fuori e ci sediamo accanto agli zaini. Francesco estrae il suo panino e cominciamo a mangiare al caldo del sole tenue di febbraio. Il mare ci si squaderna davanti come un libro blu. L’aria è ferma e le Alpi descrivono un orlo bianco di spuma laggiù verso la Francia.

– Di che colore è?
– Cosa?
– Il cavallo che dorme qui sotto?
– Di che colore pensi che sia?
– Marroncino… lo abbiamo disturbato?
– Io dico di no.
– Mi piacerebbe vederlo.
– Anche a me piacerebbe.
– Hai mai visto quel maiale e quel bue?
– No, però so che ci sono.
– Come fai a saperlo se non li hai mai visti?
– Lo so e basta… mica tutto quello che esiste si può vedere e toccare…

– … hai sentito, Mapi?
– Sì, è stata una folata di vento, Franci.

Ma forse era un rotondo, nitido, giovane nitrito di approvazione.
Lo era, eccome.

Appunti sparsi dall’Alpe di Succiso

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La montagna zuppa d’acqua. La terra grassa che scoppia di futuro.

Il vaso arterioso del fiume appena nato che taglia il vallone e la conca: il Secchia è il Salinas di Steinbeck, solo più domestico.

Gli spazzolini violacei dei faggi come tanti fucili di rami in difesa del passo di Pietratagliata. Le gemme bruciate dalla nevicata tardiva.

Le peste degli scarponi e i cristalli di neve che tintinnano allegri mentre rotolano giù. Il vento radente, i fiori che premono, la benedizione della fatica.

Alla spalle l’anfiteatro del Gendarme e della Nuda con le strisce di garza bianca nei canaloni. In fila – dietro – il plotone delle Apuane.

Il cielo azzurro e croccante, strisciato con una spatolata di panna montata.

La groppa dell’Alpe incurvata come la schiena di una cagna dolce e materna che allatta.

La Madonna di Succiso su in alto a vegliare gendarmi, cristalli, cuccioli di cane e gemme bruciate.

E la necessità di essere abbracciati, sempre.

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Un intrico di radici umbro-liguri-emiliane e un po’ come fosse antani

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Oh, se te lo ricordi quel sabato 24 settembre 2011. Un intrico di radici umbro-liguri-emiliane, fu. Tu dovevi riaccompagnare a Terni i tuoi che avevano passato due settimane in val di Vara, insieme ai bambini, a tua suocera e ai tuoi parenti acquisiti. La pianificazione logistica includeva sempre, in tarda estate, una permanenza prolungata di tuo padre e di tua madre in Liguria. Ragioni di collante familiare, diciamo. E anche un po’ di convenienza organizzativa, con te e tua moglie al lavoro a Genova e i nonni a godersi un po’ i nipotini.

Bene, partiste di buon’ora. Freschi e riposati, con gli occhiali da sole e un filino di abbronzatura.

Programma: arrivare a destinazione più o meno per l’ora di pranzo. Li avresti lasciati a casa loro a disfare le valigie e tu, vittima dell’oppressione dell’appartenenza, saresti salito sul tuo monte di riferimento, Torre Maggiore. Così, per seguire di nuovo i profili neri dei lecci e spaziare con lo sguardo – a sud – verso l’intaglio delle colline dietro Narni.

A te era sempre piaciuto arrampicarti fin lassù. Ti dava gusto, dopo aver costeggiato i campi di ulivi, inerpicarti per il sentiero e avere addosso la sensazione di composta libertà di quando sbucavi dal costone a sorprendere le pietre della chiesa di Sant’Erasmo. Ti mancava la linea femminile della schiena verde che sale da lì e l’incavo del vallone.

Nel pomeriggio di quel sabato 24 settembre 2011 li avresti rivisti tutti: schiena, vallone e lecci.

E invece quella giornata riservava cose diverse. Erano mesi che ti girava in testa un’idea semplice: riportare tuo padre, anche soltanto per qualche ora, nel paese sull’Appennino emiliano dove era nato nel 1929. Castel di Casio, si chiama quel paese. Sta in provincia di Bologna, sopra Porretta Terme.

Da piccolo te lo eri raffigurato come una specie di terra incognita, forse neanche esistente se non nella testa di tuo padre. Non c’era più tornato a Castel di Casio e, magari, aver vissuto lì da zero a quattro anni era stato per lui soltanto un accidente della storia, un giochetto del caso.

«Non c’è più nessuno, neanche la casa dove sono nato» si era opposto, poco convinto, tanto che avevi fatto in tempo a leggergli nel baluginare degli occhi una forma di curiosità del cuore, un’urgenza bambina di riavvolgere il filo.

Avevamo tutta la giornata davanti. Terni poteva aspettare. Il tempo di programmare una deviazione montana c’era, eccome.

Quindi, uscita al casello di Pistoia e poi su, dopo le colline toscane, verso il lago di Suviana.

Non era casuale che tuo padre fosse nato a Castel di Casio. Tua nonna era di Tavernelle Emilia e tuo nonno, umbro di Giuncano – un ghiaiata di case tra Terni e Spoleto – l’aveva conosciuta quando lavorava in una qualche stazione della pianura emiliana.

Ferroviere, il nonno Riziero. Socialista, dicono. Con una testa un po’ strana e dai modi burberi. Trasferito dalle Ferrovie dello Stato a Porretta Terme, non se la sentì di rimanere lungo la porrettana e andò ad abitare una decina di chilometri più su. A Castel di Casio, appunto.

Da Porretta ci vogliono poco meno di venti minuti per arrivarci. Cosa lo aveva spinto a imbriccarsi così? Magari quei boschi gli ricordavano Giuncano, vai a capire. Ma forse era soltanto perché gli avevano offerto una casa proprio lì. Stavano tirando su – le Ferrovie dello Stato – una diga per imbrigliare le acque di quei monti nel lago di Suviana e, con l’energia prodotta da una centrale idroelettrica, alimentare la linea Bologna-Firenze, la Direttissima.

Quattro anni durarono i lavori, dal 1928 al 1932. Il tempo esatto per far nascere tuo padre tra i castagni dell’Appennino emiliano.

Ora, salendo piano le colline da Pistoia, stavate andandoci. Tu per la prima volta e con un interesse piuttosto insensato. Volevi vedere quanto di quei boschi era rimasto in te, anche se ti chiedevi cosa mai avresti potuto sentire: un sussurro, un fremito del sangue, uno scampanio nella piazza del paese? Intuivi distintamente quanto tutto questo non avesse nulla di ragionevole. Come se si potessero ereditare, per via genetica, quattro anni di vita di un padre, conficcati in chissà quale parte dolciastra del cervello.

Eravate in auto. Tu guidavi lentamente e ogni tanto sbirciavi la faccia di tuo padre. Che non aveva sussulti, era ferma come le facce dei vecchi che pensano ad altro. Aveva un sorriso innocuo e gli occhi erano mobili come code di lucertola. La pelle era un cuoio grinzoso. Le mani sulle cosce, le caviglie l’una sull’altra, le gambe ballonzolanti come un metronomo che misura il tempo passato e quello che resta. Spesso guardava fuori. Gli alberi, le case, i campi scorrevano come al cinema.

Nel sedile posteriore c’era tua madre. Ogni due o tre minuti incrociavi il suo sguardo nello specchietto retrovisore. Aveva i suoi vecchi occhiali da sole, da ragazza. E, se avesse avuto un fazzolettone a pois in testa, sarebbe stata un’invecchiata e appesantita diva degli anni Sessanta nella pellicola che scorreva via dal finestrino.

Tu non sapevi cosa dire di questo curioso cortocircuito tra passato e presente. E ti venne l’idea che probabilmente la storia delle radici altro non fosse che una costruzione di uno che fabbrica i suoi altarini laici da mettere nel tritacarne del sangue e del suolo.

Avevi il dubbio che l’attaccamento alle tradizioni fosse a volte soltanto uno spunto letterario per coprire un manco di umanità.

Questa goffa scorribanda sull’Appennino cos’era, dopotutto? Andare alla ricerca di non sapevi bene cosa e tuo padre che se ne stava lì con la mineralità delle persone di un’altra epoca. Una pietra alla quale avresti voluto somigliare, a conti fatti.

Arrivati a Porretta, fu lui a toglierti dall’impaccio.

«Erano in tanti» fece, guardando verso il nastro della strada che saliva tra gli alberi.

«Chi, erano in tanti?» ti scossi

«I fratelli e le sorelle di tua nonna Maria» e si girò e i suoi occhi bluastri si posarono sulle tue mani aggrappate al volante.

Pausa.

«Ma perché il nonno è venuto a sbattere quassù?» chiedesti un po’ orgoglioso di avere, nel sangue, un quarto di burbero ferroviere socialista che era venuto a sbattere quassù.

«Boh…»

«Certo che era un po’ strano, il nonno» incalzasti. «Quanti anni aveva la nonna quando sei nato tu?»

«Era del 1909»

«Aveva vent’anni allora?»

«Più o meno»

Lo affermò come una cosa naturale, senza chiedersi come mai Riziero-il-ferroviere avesse scelto una ragazzina dieci anni più giovane di lui. E perché, a quasi trent’anni, non si fosse ancora sposato con una donna del suo paese. Magari aveva cominciato a girare per l’Italia che era un pischello e – semplicemente – non aveva avuto il tempo o la voglia di prenderla, una fidanzata, a Giuncano.

«Da Tavernelle Emilia fin qui…» riprendesti.

«Mah, cosa vuoi… ti sposi e vai» chiuse il discorso, guardandomi calmo.

La famiglia di origine di mia nonna stava a Chiesa Nuova di Tavernelle. Suo padre trasportava il latte al caseificio con un carretto trainato dai cavalli. Terra di allevamenti, la pianura emiliana. E di contadini. Poi due dei suoi figli, dopo aver messo via un gruzzoletto sufficiente, lo avevano pure comprato, un caseificio o quello che era, e avevano cominciato a produrre formaggi e mozzarelle.

In casa di tua nonna erano due femmine e cinque maschi in tutto. Oltre a lei c’era Bianca che aveva sposato un muratore capomastro, Eligio, da cui aveva avuto Sandro, Vittorina e Anita. Eri stato sempre colpito da quel nome – Anita – cui collegavi un’intenzione risorgimentale magari non voluta. Bianca e suo marito emigrarono in Argentina nel 1950 e Sandro, diventato architetto, era riuscito a fare fortuna laggiù.

Poi c’era la riga dei fratelli: Vincenzo, Ludovico, Alfredo, Bruno ed Elia. Anche Elia era andato per un po’ in Sud America – “col camion”, amava sottolineare tuo padre, non sai perché – per poi tornare a Borgo Panigale di Bologna a lavorare come tassista. Era stato la croce di sua figlia Giuliana, lui e la sua smania di correre, anche da pensionato suonato, dietro le gonnelle del paese con la scusa di accompagnarle a casa in auto.

Di tutto quel popò di parenti emiliani avevi conosciuto benino Walter e “la” Iolanda, i figli di Bruno. Walter era il cugino preferito di tuo padre, con cui si erano divertiti parecchio da ragazzi. Soprattutto quando passavano le estati al caseificio e “ne combinavamo più di Carlo in Francia”, chiosava sempre tuo padre.

Avevi avuto modo di ricostruire e perfezionare tutta questa articolata genealogia dei due mondi mentre salivate, curva dopo curva, verso Castel di Casio. O meglio, eri stato tu a chiedere i dettagli e tuo padre a ricordare, aiutato da tua madre che dal sedile posteriore rettificava, rinvigoriva la memoria, sottolineava alcuni particolari.

Tutti – proprio tutti – stavano riprendendo vita come fantasmi in quell’auto che si inerpicava insensatamente sull’Appennino. Di alcuni di essi, né te né i tuoi genitori conoscevate la facce, non sapevate se fossero scuri di capelli, se avessero il viso largo e l’occhio buono degli emiliani. Erano soltanto dei nomi. Di altri tuo padre non ricordava nulla semplicemente perché era passato tanto tempo e li aveva frequentati troppo poco per fissare l’esattezza delle fisionomie e il timbro delle voci.

A un certo punto i tornanti smisero di mangiare la salita e la strada cominciò a diventare più pianeggiante. A circa mezzo chilometro da voi notasti una specie di vuoto e intuisti che eravate arrivati al passo. Controllasti il contachilometri: dietro il valico doveva per forza esserci il paese. E infatti c’era. Lo vedeste dall’alto. Le montagne intorno erano coperte di lanugine e una lunga teoria di pali dell’elettricità, piantati nel verde dei campi, indicava la direzione. Lo sguardo andava a morire nel profilo dell’abitato dove risaltava il campanile della chiesa e un torrione mezzo scaricato. Sapevi che faceva parte di un sistema di cinta muraria eretta nel Duecento al termine della lotta tra Bologna e Pistoia. Lo avevi letto qualche mese prima, quando avevi programmato di proporre a tuo padre questa gita all’indietro.

Arrivati alla piazza principale, parcheggiaste proprio sotto la torre. Scendeste e sembravate turisti atterrati dalla luna in un posto che a settembre è già sulla via del letargo.

Tuo padre si guardava intorno girando la testa come una rugosa immortale tartaruga alla ricerca di un indizio, di un appiglio che gli facesse tornare alla memoria qualcuno, un odore, una carezza. Però vedevi che non trovava nulla di nulla e che quella piazza e gli archi e le case intorno non avevano alcun effetto su di lui.

Oscillaste per una mezz’oretta tra i giardini e i portici principali, fino a quando, dal lato opposto della piazzetta, un paio di altre vecchie tartarughe – una lunga lunga e una dal guscio decisamente meno sviluppato – notarono quegli strani movimenti extraterresti.

Dopo un rapido sguardo alla targa dell’auto, si erano lentamente messe in moto per chiederci qualcosa. Strisciarono accanto a noi con le loro zampe marroni di corteccia.

«Buongiorno» fece la lungagnona.

«Buongiorno a lei» rispondesti da bravo ragazzo.

«Non c’è gran movimento» sorrise beffardamente.

Tutte e due rimanevano lì ad aspettare un cenno, una spiegazione.

Sorridesti impacciato e tua madre produsse la giustificazione dovuta: eravamo venuti fin lassù perché tuo padre, più di ottanta anni prima, ci era nato in quel lassù. Naturalmente non lo disse così, ma il senso era quello.

Fu allora che uno dei due tartarugoni – quello basso e asciutto come un montanaro di passo – piazzò due occhi celesti e ottantenni tra le rughe di tuo padre per cercare di pescare nella memoria un litigio, un ginocchio sbucciato che potesse fargli tornare in mente una comunanza antica. Ma non riusciva a capacitarsi di non ricordare.

«Sono stato qui solo quattro anni» lo salvò tuo padre.

«Ah, ecco» fece il lungo un po’ rinfrancato; e però l’altro non riusciva a togliergli gli occhi di dosso, forse non completamente persuaso di quella che di sicuro considerava una scusa.

Poi risaliste in auto per andare a vedere il lago di Suviana. Vi incamminaste e c’era questa specie di muro che occludeva la vista su in alto ed era tutto scuro a mezzogiorno e non era per niente normale, quella cosa.

Una rampa d’asfalto saliva di lato come una lingua oscena fin quasi in groppa alla diga. Sopra si apriva una specie di voragine e – giù – gemeva la superficie del lago. Bassa, in attesa delle piogge di ottobre.

Non ti fece una grande impressione, quel lago. Era blu di un blu finto. Le sponde erano sponde di un invaso ricavato, una gengiva senza dente con le pietre e il tartaro dei depositi a segnalare precedenti livelli.

Una specie di storia dell’acqua stava spiattellata davanti ai vostri occhi.

Intorno, anche la vegetazione era esausta per l’estate appena conclusa e aspettava di rinfrancarsi con l’arrivo dell’autunno. Sarebbe ricominciato il ciclo delle stagioni e anche il lago sarebbe nuovamente cresciuto di volume cancellando quelle linee di calcina che lo facevano somigliare alla valva di un’ostrica rovesciata.

Stavi lì a guardare lo spettacolo della diga e del lago di tuo nonno, quando avesti la consapevolezza dolorosa che il tempo fosse passato definitivamente. Punto e accapo. Il tempo era andato via del tutto, per te e per tuo padre. Sapesti in un attimo che non si può riavvolgere nulla. E che le radici degli uomini muoiono ogni giorno per la semplice ragione che non siamo stati programmati per tornare indietro.

C’era però qualcosa di più e di diverso: tuo padre rimirava quella roba delle Ferrovie dello Stato, quell’opera immane costruita per la Direttissima, quasi fosse una cosa familiare. Strano, no? Non l’aveva mai vista tutta in piedi, la diga, eppure la guardava con gli occhi che scintillavano di compiacimento, come si guarda un parente stretto. Se non fosse mai stata progettata, lui di sicuro non avrebbe potuto essere lì in quel preciso momento e l’ordine della sua vita sarebbe stato diverso.

Riavvolgere i fili in fondo è esercitarsi a dare un verso al discontinuo, pettinare la storia, sforzarsi di distinguere la permanenza in un flusso di attimi che – sennò – vanno a maciullarsi nelle turbine di una centrale idroelettrica e diventano soltanto energia che fa andare i treni.

È questa – soltanto questa – l’oppressione della provenienza: nulla di fisico – ché il sangue non parla –, bensì una postura della volontà.

Quei pensieri confusi e aggrovigliati riuscirono a dileguarsi davanti alla decisione di bere un buon caffè.

Entraste in un bar ristorante su al passo e dietro al bancone c’era un tipo con gli occhi acquosi e gialli da alcolista che armeggiò con la Cimbali e riuscì a ricavarne tre tazzine di sbobba accettabile.

Fuori, ai tavolini, un gruppo di motociclisti inguainati nelle loro tute spaziali bevevano birra ghiacciata in attesa di riprendere il loro tour sui passi dell’Appennino.

Occhi gialli era uno a cui piaceva parlare. Di funghi, di storielle montane e di vitigni. Una specie di Guccini anonimo, logorroico e triste. Fu così che il Parco regionale di Suviana e del Brasimone vi si aprì davanti in tutta la sua ricchezza di itinerari e panorami e fauna. Probabilmente non aveva mai mosso piede da quel bugigattolo su al passo, in compenso conosceva il territorio meglio di uno scout.

C’era una cartina appesa alla parete di fronte al bancone e la scandagliasti mentre il vostro barista continuava a dire che Suviana di qua e il Brasimone di là. Ti concentrasti sulla linea dell’Appennino, che conoscevi abbastanza. L’Orsigna, l’Abetone e, su su, fino alle creste del tosco-emiliano che erano ormai la tua famiglia acquisita: la Nuda, il Cerreto, l’Alpe di Succiso, una cima e un valico e di nuovo una cima. A est, verso Bologna, la Futa e poi la possibilità di arrivare a Terni seguendo il filo delle montagne.

Quante volte ci avevi pensato. Sei a Genova, ti svegli ed esci di casa con lo zaino e la tendina, sali sui bricchi, passo della Scoffera, un pezzo di Alta Via dei monti liguri fino all’imbocco del Gea, il sentiero della Grande Escursione Appenninica. Poi la Cisa, le creste in mezzo, il Lagastrello, il monte Acuto, tutta la schiena del tosco-emiliano, il lago Scaffaiolo e, a un certo punto, dopo aver virato a sud dalle parti della Verna, segui le groppe in bilico sui crinali e risali fino ai Sibillini; poi giù a Norcia, la Valnerina e, finalmente, Terni.

Avevi calcolato che ci sarebbero voluti tra i due e i tre mesi, sempre a cavallo sulla lama degli spartiacque, come facevano gli antichi per spostarsi più sicuri, loro per evitare il malsano delle pianure, tu per stare alla larga dall’asfalto.

Altro che esercitarsi a mettere ordine nel discontinuo. Un bel paio di scarponi, polmoni, gambe e un po’ di tempo da spendere, ecco cosa serviva in realtà.

Mentre fantasticavi su improbabili transumanze esistenziali tua madre la buttò lì.

«Perché non ci fermiamo a mangiare? Un primo e poi ripartiamo» propose.

L’idea garbò a tutti. Anche all’avvinazzato dietro al bancone che ci fece accomodare a un tavolo interno e ci portò il menu. Era menzionato tutto il pantheon gastronomico dell’Appennino emiliano, lì sopra: ragù, funghi, lepre, cinghiale, cacciagione varia, salami, formaggi. Alla vista della carta, il primo non ci mise granché a diventare un pranzo con tutti i crismi. Occhi gialli ci consigliò il rosso della casa, fermo.

«Di dove siete?» domandò quasi commosso.

«Umbri» confessò tuo padre.

«Ah, il bianco di Orvieto, il rosso di Montefalco…» sputazzò lui di getto e avrebbe continuato, ma non gli alzaste la palla anche se eri curioso di verificare la sua preparazione enologica, a lungo testata sul campo, rivelandogli che stavi in Liguria da più di quindici anni: non avresti potuto sopportare la solita storia dello Sciacchetrà e dei terrazzamenti e dei liguri tenaci.

Le portate furono parecchio generose e di quel pranzo hai il ricordo vivo dell’appetito di tuo padre e della soddisfazione con cui gustava quel vino fermo. Il cameriere ogni tanto transitava come un elettrone intorno al tavolo e non riusciva a capire come mai in tre avessimo ordinato soltanto un litro.

Parlaste di un sacco di cose che neanche ricordi. Forse più di quanto non avevate fatto in trent’anni. Ancora dei tuoi nonni, dei parenti bolognesi, dello zio Luciano che stava chissà in quale parte del cielo a ridere, dei progetti per i tuoi figli, di quella volta che a Borbona mangiaste funghi fino a scoppiare.

Tu avevi uno strano calore in testa che ti scendeva dritto nel cuore e non sapevi cosa fosse con precisione. Contentezza, forse, o soltanto lo sforzo di mettere a fuoco il flusso di tutti gli attimi che erano trascorsi e che ora stavate cercando di riportare su e sapevate che quella era l’occasione buona per dire tutto, per fare il punto, perché un pranzo così non sarebbe più tornato e una giornata così non ci sarebbe più stata nel mondo.

Quel calore erano le cinghie del tempo che cercavi di bloccare in quel ristorante sul lago di Suviana e che slittavano nelle pulegge fino a fumare e si sarebbero liquefatte se quell’assurdo tentativo fosse continuato.

Pagato il conto, usciste fuori. Il lago, stavolta, con la luce leggermente abbassata, era più blu. I motociclisti se n’erano andati e la strada era quieta e ferma. La diga pareva un’enorme mano grigia che teneva la natura aggrappata in alto. Non era male, dopotutto.

«Massimo, ce la fai una fotografia?» chiese tua madre e si piazzò con la montagna sullo sfondo.

Tuo padre si mise in posa, appoggiato al faggio della staccionata e tu scattasti un paio di immagini di loro due che sorridevano di sbieco.

Mentre stavi controllando i risultati sul display notasti che tua madre accennò una specie di carezza sulla guancia di tuo padre. Ma solo un abbozzo, quasi un buffetto, come si fa con un minerale. Lui un po’ si ritrasse, un po’ restò lì. E tu non facesti in tempo a prendere quella cosa nella macchina fotografica che eravate già in auto a percorrere i tornanti in discesa verso Porretta e Pavana e giù fino all’autostrada.

Il ritorno fu solo strada, clic-clac delle frecce per i sorpassi e poche parole. Ogni tanto controllavi tua madre dallo specchietto retrovisore e sbirciavi la pelle grinzosa di tuo padre e le sue gambe ballonzolanti come un metronomo che misura il tempo passato e quello che resta.

Chissà cosa stavano pensando? Ti chiedevi se seduto in quell’auto che era stata a Castel di Casio c’era un ottantenne contento o solo semplicemente sorpreso dal fatto che in tutti quegli anni non gli avevi chiesto nulla. Niente, zero carbonella, neanche se gli fosse mai balenato il pensiero, prima di conoscere tua madre, di andarci ad abitare a Bologna.

In verità, era piuttosto sorprendente questa volontà di setacciare un passato che non aveva avuto valore per te se non da quando avevi voluto capire come mai, dopo essertene andato da Terni per stabilirti in Liguria, le provenienze umbre le sentivi urlare sempre meno. Sì, Torre Maggiore, Sant’Erasmo, la Valnerina, eccetera eccetera. Però sapevi che tutto stava diventando un esercizio quasi sterile.

In quella giornata anomala e studiata a tavolino avevi deciso di fare un esperimento su tuo padre e l’esperimento non era riuscito. Quel minerale seduto al tuo fianco sembrava aver riconosciuto la diga e il lago e persino la tartaruga della piazza di Castel di Casio. Senza ricordare nulla gli era tornato tutto alla memoria. Tu, invece, aggrappato alla rievocazione letteraria di una Terni-dall’alto che non esiste – non era mai esistita se non nella tua visione sfocata e fasulla – avevi il cuore che batteva solo a comando, ormai. Indossavi il tuo camice bianco, pigiavi un pulsante e oh, la curva della schiena verde che sale in vetta, oh la perfezione dei lecci, oh cosa? Cosa?

E fu allora, in quel preciso istante, mentre guidavi verso Terni, che provasti a stabilire la tua verità: l’appartenenza e l’identità, se vuoi che ti diano qualcosa, devono essere dimenticate. Meno ne parli meglio è. È così che te le ritrovi dentro. Dopo. Sulle sponde del lago di Suviana o sulla groppa di Torre Maggiore. Perché, solo mettendolo tra parentesi, il particolare delle radici può diventare l’universale che ti permette di stare al mondo con decoro. Però devi dargli la forza di uscire fuori, lo devi gettare via. Senza cincischiare con la retorica e le parolone.

Parcheggiaste sotto casa. Come avevi fatto centinaia di volte prima di trasferirti in Liguria.

Era buio ormai. Portaste su i bagagli e tua madre telefonò a tuo fratello per avvertirlo che eravate arrivati. Parlasti anche tu con lui, poi vi sedeste a tavola.

Mentre aspettavate l’insalata di lattuga e pomodori che tua madre stava preparando di là, versasti due bicchieri.

Alzasti lo sguardo e vedesti gli occhi di tuo padre che ti parlavano calmi.

Torre Maggiore stava a tavola con voi, ma quella sera era di troppo.

Dell’invidia per chi vive in baita e dell’idea di libertà come misura

La storia dello scrittore Paolo Cognetti è bella. Cresce in città – Milano, credo – frequenta la facoltà di matematica, ama New York, insomma una vita normalissima, da ragazzo che si affaccia al mondo e che cerca di capire le cose. Solo che poi succede qualcosa. Non si trova più. “Forse perché non avevo un lavoro che mi ha fatto mettere radici”, riconosce. Sale in montagna e – a 30 anni – va a vivere in una baita. (qui un’intervista al Corriere della sera)

Ho sempre sentimenti ambivalenti quando leggo cose così, un po’ Into the wild. Ambivalenti dal punto di vista della reazione nel tempo. Parto subito con un misto di invidia e ammirazione. La gente che decide di mollare e di fottersene un po’ di tutto e di tutti per vivere col sole in fronte, diciamo, mi è sempre piaciuta. È un amore di pancia. Come quando leggo le cose di Thoureau: mi attraggono all’istante, le sento potenti, supreme.

Poi però la terra comincia a mordere e alla pancia subentra la testa. E mi chiedo, sempre: ma che libertà è andare a campare a duemila metri? Per essere bello è bello, non si discute. Ma si insinua in me il dubbio che la mancanza di responsabilità – nel senso etimologico del termine – possa rendere la libertà meno libera. Mi spiego: se uno non ha da rispondere a nessuno può risultare più semplice trasformare la propria esistenza in un’opera d’arte. Da mostrare, da raccontare. E se sei uno scrittore – o hai intenzione di diventarlo – è una scelta razionale, dopotutto.

Riconosco che questa osservazione può essere derubricata come sindrome della volpe e l’uva. O – meglio ancora – come mancanza di coraggio. Può essere, mica dico di no. Però credo anche che valga la pena coltivare un’idea di libertà come misura e non come mera espansione della volontà. Un’idea che ho sempre cercato di spiegare rispondendo a chi me lo chiedeva, soprattutto a mio figlio.

Dopodiché, che invidia che mi fa Paolo Cognetti.

Appunti sparsi dalla cima del monte Sciguelo

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Il sentiero che va su come uno schiocco di frusta, la luce che asciuga ogni imperfezione delle cose, la montagna perfetta e smerigliata, il cielo blu Mongolia, l’erba giallo Mongolia, le sopracciglia di neve sul crestone, la lastra inca del mare dorato, la serpentinite verde duro vicino al rosso del segnale del sentiero, il torrone delle Alpi all’orizzonte, i sedili di muschio di Al Dio sconosciuto, i pesci di roccia che guardano la cima boccheggiando, la “gianna” di vento sulla vetta un sacco “gianna”, la solitudine come una bandiera sbatacchiata. Quella benevola sensazione rock nelle gambe e la certezza che, se anche Dio non esistesse, l’inganno della “prova a posteriori” sarebbe dolcissimo.  Ancora un attimo Massi, no Lou dobbiamo scendere.

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I terremoti e la bellezza delle tartarughe

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Stavo quasi per liberarmene. Della tirannia delle radici, voglio dire. Che diventano feticci se non le vivi e bla bla bla. Ne ero talmente fuori che non stavo più a dire – da un pezzo – uh che belle le montagne dove sono cresciuto, uh gli odori che tornano al cervello ogni volta che penso alla Valnerina, ai Sibillini e a dominiddio.

Poi la terra trema. E si apre una cicatrice in quelle montagne lì, in quella valle lì, in quel dominiddio lì. E hai una strana sensazione di vuoto alla bocca dello stomaco. Di manco. Come quando muore una persona a cui hai voluto bene e continui a volergliene, nonostante non ce l’hai più a portata di sguardo e di voce.

Sono cose che fanno fare i conti con parolone come appartenenza e identità. Avevo smesso di parlarne, per scelta. Perché meno si cincischia con la retorica meglio è. Solo che bussano alla porta, ora. Quando una ragazza di Norcia, sfollata in un albergo del lago Trasimeno, dice alla tv: “Mi sento spaesata”. Il vuoto fisico, non immaginato, di un paese che non c’è più.

Io credo che non ci sarà mai spaesamento vero. E non tanto perché Norcia verrà ricostruita, ma perché il particolare delle radici, ammesso che siano autentiche, è in grado di diventare l’universale che permette di stare al mondo tutti interi, tutti in bolla. Dovunque si vada, qualunque cosa si faccia, chiunque si frequenti.

Questa coscienza di appartenere a un paese – a quel paese, l’Umbria mi è tornato su in queste ore di inviati col taccuino in mano. Guardavo i servizi dei tg un po’ angosciato e però vedevo la quinta teatrale delle mie montagne sullo sfondo: placide, sorridenti e adagiate come tartarughe verdi e marroni dal guscio rigato, pronte a ripartire, lentamente.

E niente, ho pensato che mi sono sempre piaciute le tartarughe, a me.

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